Pandora, la vera protagonista di “Avatar”: la recensione.
Posted on 18. Jan, 2010 by Gio in Cinema, recensioni
Vedere Avatar, quanto meno difficoltoso. Un black-out improvviso sconvolge la sala e manda a casa gli Spettatori delle 18.
A mezzanotte, un orario un po’ ostico per gustarsi a fondo 2 ore e 40 di pellicola in grande stile, ci riprovo. Ci riesco.
E’ possibile descrivere Avatar di James Cameron con una sola parola: grandioso.
Perché tutto parla di lavoro e di passione, ogni scena, ogni inquadratura. Parla di un regista che è rimasto fermo quindici lunghi anni in attesa che la tecnologia raggiungesse i livelli ambiti.
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Ora che il 3D e un mucchio di altri espedienti web/tecnologici (in questo articolo è possibile scoprire tutti i dettagli) hanno fatto i loro passi avanti, portare Avatar al cinema è stato facile. Con attori capaci di prendersi la responsabilità di un doppio ruolo e una doppia identità, una Sigourney Weaver sempre più simile alla Sarandon e brillante nei suoi ruoli da scienziata folle e un attore, Sam Worthington, che ricorda in fattezze ed espressioni (umane), il protagonista di Into The Wild di Sean Penn, Emile Hirsch. In un ruolo che le è congeniale (dove c’è da far la dura e la maschiaccia c’è lei), anche Michelle Rodriguez, la Ana Lucia di Lost.
Ma solo una è protagonista indiscussa di questa pellicola, attesa e voluta in tutto il mondo e ormai vittoriosa sul fronte box-office: Pandora.
Il pianeta dei Na’vi, popolazione agreste e bucolica, legata alla Madre Terra molto più che alla propria vita, ha la possibilità di trascorrere la propria esistenza in questo posto colorato, ancestrale, biologicamente perfetto, dove le forme di vita più strane (uccelli volanti, temibili cani neri), sono terribilmente armoniosi col contesto. Agli occhi dello straniero Jake, che incontra, grazie a un fine trasferimento mentale, il suo doppio Na’vi, l’Avatar, appunto, tutto ciò non può sembrare che paradisiaco, quasi commovente. Pandora, grazie ai prodigi della grafica, farà lo stesso effetto anche allo spettatore in poltrona, che, ben piantati gli occhialini sul naso, non potrà che ammirare la tenacia e la tecnica di questo regista, quindici anni dopo l’idea iniziale.
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Gli esseri blu, che vivono intorno a un albero gigantesco e parlano una lingua archetipica (costruita artificialmente, un omaggio a Tolkien de Il signore degli anelli), grazie al motion capture, possono avere fattezze e movimenti tipicamente umani, perché sotto le trecce magiche, novelli Sansone, si nascondono attori in carne e ossa.
Già si parla di mal di Pandora, quasi il mondo ideale sia quello e non il nostro ( e ci vuol poco). La lotta tra il bene (gli uomini legati alla natura, il legame con gli istinti e la magia primordiale) e il male (i conquistadores della Storia che vogliono impadronirsi di un bottino gustoso, distruggendo la Terra che lo accoglie) non è niente che lo spettatore non abbia visto in mille altri film, così come la storia d’amore tra membri di universi lontani, con il momento topico in cui lei Na’vi e lui umano si abbracciano e percepiscono la loro vicinanza, nonostante tutto.
Avatar deve essere visto, e in 3D. Ci si gusta lo spettacolo senza rendersene conto, in uno sfarfallio di luci e colori che affascinano, e che, solo in un secondo momento, emozionano. Perché è proprio quello che manca al film: la commovente necessità di sapere come va a finire (in realtà lo si immagina sin da subito, bruciando la sorpresa), l’impellente speranza che non finisca mai (ma 2 ore e più sono troppe anche per un prodigio della tecnica), la sensazione di aver visto un capolavoro senza se e senza ma (nonostante lo si voglia promuovere in toto, traslato su un piano meno trascendentale, senza effetti e senza tecnologie, è un film americano di guerra e strategia).
La vera protagonista resta lei, Pandora, che apre le porte all’ “ecco come potrebbe essere la terra se fossimo un po’ più attenti“. Ecco come sarebbe, se solo non fossimo dalla parte dei cattivi.




